25 Aprile 2020 – Lettera del Sindaco Giuseppe Coco.

25 aprile 2020

Non ci scrolleremo di dosso facilmente il ricordo di questi ultimi mesi e di quanto seguirà, della tragica esperienza che ancora dovremo sopportare per sopravvivere al coronavirus; dei tanti riflessi che muteranno profondamente i nostri comportamenti e la società tutta, rendendoci, almeno spero, più riflessivi, prudenti e critici; osservatori attenti, sensibili e motivati ad esprimerci sulle cose che contano: disponibili, propositivi e protagonisti quando e se occorra. Le esperienze tutte, insegnano, e quando piombano inattese e come in questo caso devastanti, ci danno la dimensione della pochezza del nostro essere, dell’insignificanza dei nostri destini ricompresi in freddi numeri rappresentativi di paurose grandezze per misurare vittime e contagiati; sopraffatti e smarriti ci affidiamo ai riferimenti sociali e istituzionali che, pur con le tante mancanze, restano i cardini fondamentali del nostro vivere. Stiamo gradualmente percependo l’importanza di attenerci a strette e vincolanti regole di comportamento comune, canali entro cui comprimere il flusso vitale della comunità. Ognuno di noi, dalla minuscola prospettiva d’un raccolto paese di campagna come il nostro, a quella più complessa e vasta di una nazione e l’insieme di queste, un elemento quasi incorporeo quant’è la smisurata ampiezza della comunità europea e via dicendo, noi tutti siamo chiamati al rispetto di regole che fino a pochi mesi fa non avremmo esitato a rifiutare, ritenendole coercitive, inadeguate e pure limitative, anacronistiche, surreali.

Altrettanto abbiamo ritenuto, almeno così pensavo, che le conquiste ottenute in tempi lontani ci fossero state riconosciute e non avessero scadenza; che potessimo coglierne i vantaggi in abbondanza come i frutti spontanei e maturi di un albero sempreverde dalle profonde radici, sempre fecondo di nuovi germogli; come lo avranno certamente pensato e voluto i tanti martiri della nostra patria, come ce lo hanno consegnato i padri costituenti, con uno strumento normativo di alto profilo, la Carta, che misura il nostro grado di civiltà. Mi pareva anche scontato che questa generazione avesse ricevuto in dono qualcosa di prezioso, grande, irrinunciabile e duraturo, senza pagarne alcun pesante pegno in cambio; non è costata nulla a noi la libertà di poterci esprimere senza condizionamenti, di essere e rappresentare noi stessi, emancipati dai retaggi del passato, sviluppando carattere e personalità, mescolati gli uni agli altri nel grande accogliente catino di una società votata all’inclusione e alla crescita.

Mi sono illuso che non si potesse rimettere in discussione nulla di quanto dolorosamente e faticosamente conquistato: ho considerato sufficientemente robuste le fondamenta della nostra struttura sociale e ritenuto col tempo fossero destinate a fortificarsi ulteriormente eliminando o meglio attenuando le tante irrisolte ragioni della diseguaglianza; che la nostra società fosse una costruzione in continuo progredire, pronta a far propri i guizzi e l’estro creativo della modernità, capace di rigenerarsi inglobando il vigore e lo slancio delle nuove generazioni.

Sono chiaramente visibili i risultati ottenuti nel corso degli anni sessanta e settanta, dalle conquiste di cui siamo stati capaci, a cominciare dalle migliorate condizioni sui luoghi di lavoro, al successo all’estero del Made in Italy e il credito che vanta la nostra imprenditorialità; che dire poi del crescente impiego in quel periodo delle risorse pubbliche per dotarci di infrastrutture adeguate, delle riforme del sistema scolastico e dell’istruzione, dell’idea vincente di un nuovo sistema sanitario pubblico d’eccellenza, delle istituzioni economiche e finanziarie, culturali e scientifiche in continuo divenire, con rilevanti positive ricadute sociali che hanno contribuito in misura determinante allo sviluppo e alla crescita.

Pensavo il nostro tempo si consegnasse alla Storia come il corso continuo e ampio di un fiume che scorre veloce, un’epoca senza conflitti nel mondo occidentale, caratterizzata da un lungo periodo di pace portatore di un benessere diffuso, programmabile e controllato, sebbene non privo di profonde contraddizioni; che il mantenimento del ritrovato equilibrio tra le grandi potenze, nonostante talvolta fosse stato messo in discussione, rappresentasse l’unico vero motivo di incertezza.

Ho ritenuto fosse stato sufficiente il sacrificio compiuto dalla passata generazione per renderci immuni da ogni altra catastrofe bellica e questo fosse il massimo e più alto tributo pagato da chi ci ha preceduto sull’altare dei valori di convivenza sociale che hanno contribuito a migliorare il nostro tenore di vita.

Ma è illusorio ritenere che le prove future a cui popoli e nazioni sono chiamati a confrontarsi siano prevedibili, programmabili e gestibili; ne abbiamo prova evidente per ciò che attiene il nostro rapporto con la natura che continuiamo ad insultare e offendere ed alle sue conseguenti inaspettate bizzarrie che appaiono rivincite e rimproveri a noi, al genere umano; ne sono altrettanta prova i tanti focolai di tensione e terrorismo internazionale che sotto le mentite spoglie di false rivendicazioni e recriminazioni religiose attizzano la scintilla del fanatismo facendo leva sull’idolatria di spiriti ribelli, ostinati, insofferenti e indomabili, rivolgendosi a una platea di umanità debole, incapace e derelitta per fomentare in loro i germi dell’odio e della violenza per spargere sangue innocente.

Stiamo affrontando ora una nuova inaspettata e indesiderata guerra, contro un nemico misterioso e invisibile, una pandemia costituita da un esercito proveniente dall’ignoto e imprevedibile che ci porrà di fronte a scelte e cambiamenti radicali, difficili da assumere e penso quasi certamente assai dolorosi, i cui esiti sono ancora sconosciuti; se sapremo affrontare le difficoltà con coraggio e determinazione, potremo solo allora e non prima, ritenere di avere compreso la lezione del passato, considerarci discendenti consapevoli e buoni discepoli dei tanti maestri che in ogni tempo hanno rivendicato fino all’estremo sacrificio il carattere dell’italianità, la ferma e decisa volontà di essere popolo e nazione.

L’Italia geograficamente è raffigurabile come un ponte della Giudecca proteso sul Mediterraneo, striscia di terra in mare aperto, luogo d’unione e fusione tra diverse culture, incontro tra occidente e oriente, collegamento tra nord e sud del mondo, luogo d’elezione del Rinascimento, terra di arti e cultura ed anche scenario delle più stridenti contraddizioni. Dalla grandezza e potenza dell’impero romano a terra di invasione e conquista di barbari, arabi, sassoni, austroungarici, meta di ogni genere di scorreria e contesa, invitante e ricca preda di ogni casa imperiale; accentratrice e arcigna dominatrice, sede universale del potere temporale del papato e allo stesso tempo gelosa custode del patrimonio genetico di migliaia di minuscoli, nascosti e indifesi comuni stesi su minuscoli fazzoletti di terra. Un passato mirabile che non ci ha esentato da una lunga estenuante gestazione prima di poterci affrancare e rivendicare il diritto a identificarci come nazione, liberi dalle trame e dalle brame di potere delle altre case regnanti europee: dal Regno sabaudo al Risorgimento, dalla Grande Guerra al Secondo Conflitto e alla Lotta di Liberazione, un cammino scandito da battute d’arresto e atti di inaudito eroismo, motti affogati nel sangue e crudeli atrocità, per farci sentire infine parte di uno stesso insieme e avere il piacere di chiamarci italiani, per sentirci addosso ora d’avere avuto la fortuna di essere nati in una nazione meravigliosa e sovrana, in una repubblica libera, indipendente e democratica.

L’Italia non è solo una bandiera, uno striscione tricolore che sventola sulle aste degli edifici pubblici o uno stemma sulla maglia di un idolo sportivo: non è neppure solo una lunga serie di città e monumenti bellissime plastiche rappresentazioni delle capacità e del genio umani. L’Italia è una terra, un sentimento, una storia millenaria, con milioni di destini meravigliosi, di umiltà e fatiche disperse nel vortice della quotidianità, di volti che indicano una comune identità e una stessa antica provenienza. Mi sento scorrere un leggero brivido quando, provando a simboleggiare una data che racchiude e condensa in sé il nostro spirito, penso al 25 aprile, il giorno in cui abbiamo potuto finalmente dichiararci italiani liberi; una libertà costata carissima, bagnata col sangue di tanti patrioti ed eroi che hanno lasciato testimonianza di valori che non dobbiamo dimenticare.

Questo nostro 25 aprile, per la prima volta, si svolgerà in modo molto diverso e silenzioso dovunque in patria, ed anche per noi: senza messa al campo dal monumento ai caduti, corteo, banda musicale, orazione sulla piazza comunale; è un’abitudine consolidata, un meccanismo automatico cui molti siamo abituati ed a cui per la prima volta dovremo rinunciare. In passato abbiamo assistito a celebrazioni vibranti di passione, espressione viva dell’oratore di turno, tenute nel migliore spirito laico della commemorazione celebrativa ricordando persone o fatti, che hanno voluto riportarci memoria d’un passato diversamente troppo poco ricordato o a volte solo sommariamente descritto.

Il 25 aprile è rappresentativo di uno spaccato di storia vera, cruda e sanguinosa, che affonda appieno le sue radici malate e infette nel “secolo breve”, ancor prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, in quel pantano sociale della depressione del ‘29 creato all’indomani del 4 novembre 1918, la “vittoria mutilata”; nello scenario cupo del delirio di una nazione che covava l’aspirazione all’impero, “ad un posto al sole” e intanto innescava la miccia della cieca violenza, nella nascita della dittatura, la marcia su Roma, il delitto Matteotti e il ricorso all’Aventino; il 25 aprile è l’epilogo vittorioso di una guerra che ha dilaniato e straziato il Paese e l’Europa, della nostra lotta di liberazione dall’8 settembre 43 al 25 aprile 45, la fine di un ventennio di dittatura; ha segnato l’inizio della democrazia e la rinascita, di seguito il referendum costituzionale, il voto alle donne, la nascita della Repubblica, la Carta Costituzionale, il riscatto della nazione, il boom economico, il piacere di essere italiani e non solo per i colori del vessillo.

Non mi preoccupa non poter effettuare alcuna cerimonia pubblica per commemorare il 25 aprile, non sono le manifestazioni esteriori che rendono la giusta dimensione di una data posta a simbolicamente rappresentare la nostra storia antica e moderna, democratica e repubblicana; sarei soddisfatto invece se quei valori fossero sempre presenti in ognuno di noi per poterli interpretare e coniugare al tempo presente.

Ciò che preoccupa ora, più di quanto possa essere la rinuncia ad una pubblica manifestazione, sono le peggiorate condizioni con cui dovranno fare i conti numerose famiglie: artigiani, piccoli commercianti, lavoratori precari, autonomi, coltivatori diretti, partite iva, piccoli proprietari, esercenti, che hanno messo tutto il loro sapere e i loro averi rivolgendo un atto di fiducia e speranza al futuro, contando sulla propria volontà, mettendo passione e cuore nelle loro attività.

Il futuro ora per loro si presenta molto incerto, con evidenti pesantezze e zone d’ombra e forse oggi, più di quanto non fosse mai avvenuto in tempi recenti, si evidenziano alcune analogie con un passato lontano: questa situazione di emergenza potrebbe provocare, se non gestita correttamente, parecchie crepe nel tessuto vivo della comunità, aprire profonde ferite, mettere a rischio la rete di protezione dello stato sociale e i richiami, più volte esercitati dal governo centrale sulle politiche comunitarie e la necessità del ricorso a forme nuove di sostegno finanziario per evitare l’incombere della depressione, lo stanno a dimostrare.

Agitare lo spettro di possibili crisi ed allarmi quando non esistano ragioni plausibili significa rimestare nel torbido, ma quando l’evidenza lo esige, come credo nell’attuale situazione, significa programmare per tempo e con giudizio un severo e deciso cambiamento di regole e politiche sociali; significa prevenire il dissesto e la fine di molte imprese che non sono enti astratti o sigle ma persone, titolari o dipendenti che siano. Significa pure mantenere la dignità del loro lavoro e del futuro e l’imposizione di qualche sacrificio a chi può subirlo per riequilibrare le sorti dei più esposti potrà rappresentare un rimedio inevitabile.

Se così fosse penso debbano essere scongiurati indifferenze e banditi egoismi, passi indietro e ripensamenti di parti del corpo sociale; la sfida è già iniziata e occorre uno sforzo vero e profondo da parte di tutti e non mi riferisco alla sola rinuncia della libera circolazione restando a casa o alla semplice coercizione ad indossare i dispositivi di protezione individuale. Si tratta di tradurre in pratica un concetto che abbiamo più volte richiamato e a parole talvolta ne abusiamo: la solidarietà.

Chi è solidale non ama infingimenti, né suoi né di altri, e si comporta correttamente agendo nel proprio interesse senza creare danno ingiusto e procurare svantaggio ad altri.

Essere solidali significa impegnarsi a fondo nel proprio lavoro, svolgere correttamente la propria funzione, mettere a frutto le capacità e qualità individuali.

Solidarietà è servizio a favore di chi ha bisogno, garanzia di condizioni di equità sociale, impegno per evitare emarginazione e abbandono; è un atteggiamento di benevolenza, comprensione e lungimiranza che evitano agitazioni, turbolenze, intolleranze e tendenze degenerative.

Se vogliamo ricercare un filo ideale che lega il 25 aprile 45 a quanto oggi stiamo vivendo non può sfuggirci il nesso con la solidarietà; essere solidali per rinascere senza abbandonare nessuno ad un ingiusto destino, rispetta un concetto fondamentale della stessa lotta di liberazione.

Ricordo quando il partigiano Caio, al secolo Giovanni Chiappino, con parole accorate e sempre con profonda commozione, riferiva l’insegnamento che trasse dal suo comandante partigiano, Walter Fillak, quando nel corso dell’inverno 43, al riparo in un casolare nei pressi del rifugio della Benedicta, fu sorpreso con il gruppo dei silvanesi a consumare le provviste che gli avevano fatto giungere le famiglie del paese; furono redarguiti con un serio rimprovero: “il pane si divide con tutti”.

Penso che questo semplice insegnamento possa indicare la strada che dobbiamo seguire: partecipazione, condivisione, solidarietà; un percorso difficoltoso, irto di insidie e doloroso, ma necessario.

Quell’invito così deciso a dividere il suo cibo restò impresso per tutta la vita al partigiano Caio, scolpito nel marmo come un comandamento laico sulle tavole dei principi di fratellanza e umanità che avevano voluto abbracciare in quella stagione buia. Celebreremo quest’anniversario, il 75imo, senza assembramenti, ma saremo ugualmente interiormente coinvolti nella solennità della ricorrenza.

I valori non hanno tempo, oggi come allora non dimentichiamo di dividere qualcosa con gli altri: saremo migliori e più liberi.

Buon 25 aprile !